IL DOLORE CRONICO PUO’ ESSERE MODULATO:

IL BIOFEEDBACK PER LA REGOLAZIONE DEL DOLORE PERCEPITO

 

Il dolore “…è soggettivo, individuale e modificato dal grado di attenzione, dagli stati emotivi e dall’influenza condizionante di esperienze passate…” Livingston, 1943

 

Il dolore è sempre soggettivo, varia da persona a persona, dai momenti della giornata, dalle sedi colpite, ecc. e sembra sia importante anche il ruolo delle prime esperienze personali con il dolore nella prima parte della vita, dunque non è importante soltanto la misurazione del dolore ma anche l’impatto che il dolore ha sulla vita del paziente, cosa che spesso determina la tollerabilità o la gestione del suo possibile controllo psicologico. Dunque quando è presente un dolore cronico è importante che vengano valutati gli aspetti cognitivi, comportamentali, psico fisiologici (Sanavio, 1986) oltre alle componenti fisiche.

 

Si parla di dolore cronico quando persiste oltre la guarigione della malattia acuta, si associa a processi patologici cronici o evolutivi, si manifesta o persiste in assenza di cause organiche identificabili. Il dolore diventa malattia quando diventa cronico, ovvero persiste anche se ha perduto la sua finalità biologica,  causa cronicizzazione, apprendimento del comportamento da dolore (es. tensione muscolare o ansia aspettando che il dolore si manifesti), deterioramento della qualità della vita.

 

È diverso parlare di NOCICEZIONE che è l’attività elettrica nei recettori periferici e trasportata nelle fibre nervose ad essi collegate ovvero la parte sensoriale del dolore, dal DOLORE che è la risposta psicologica alla nocicezione, elaborata in alcune aree del nostro cervello (lobi limbico e frontale) e collegata alla nostra capacità di modulazione e all’interpretazione che noi diamo a quanto sta accadendo.

 

Il dolore cronico è presente in un adulto su quattro in Italia (circa 15  milioni di persone) con una prevalenza tendenza a cronicizzarsi più facilmente nella donna rispetto all’uomo. Spesso il dolore cronico si associa con depressione (50% dei casi), cambio delle responsabilità professionali, cambio di lavoro, perdita del lavoro. La modulazione dell’impulso doloroso è stata descritta nella teoria del Gate Control (Melzack e Wall,1965), che prevede che il “cancello” del dolore possa essere influenzato da stimoli fisici, emozionali e cognitivi (Turner e Roman, 2001) che possono influenzare la percezione (aumentandola o diminuendola) e dunque la sofferenza percepita e sui quali la mente può avere un certo grado di controllo grazie a terapie di rilassamento e soprattutto grazie al biofeedback.

Tipo di influenza sulla percezione del dolore

 

 

apertura cancello

(aumenta la percezione del dolore)

 

chiusura cancello

(diminuisce la percezione del dolore)

 

Fisica: legato alla capacità delle vie del dolore di trasmettere informazioni spaziali e temporali sullo stimolo doloroso-iper affaticamento

-tensione muscolare

-rilassamento muscolare

-calore o freddo

-cure mediche

Emozionale: lo stimolo doloroso è accomunato a vissuti emotivi spingendo l’organismo a reagire. È legato anche alla personalità del soggetto-ansia

-depressione

-rabbia

 

-contentezza

-gioia

-rilassamento mentale

Cognitiva l’esperienza del dolore viene modificata dai significati che ad essa vengono attribuiti nonché dal nostro locus of control (ovvero quanto pensiamo di poter influire noi sull’evento). Le sensazioni prodotte da uno stimolo doloroso vengono percepite in maniera più intensa se l’attenzione è focalizzata sul dolore stesso e se penso di non poterlo governare (percezione di bassa auto efficacia)-preoccupazione

-attenzione al dolore

-catastrofizzazione (

-locus of control esterno (penso che non posso fare nulla per contrastare il dolore)

-focalizzazione (dell’attenzione su altro)

-auto affermazioni di coping (strategie per la gestione dello stress)

-locus of control interno (quanto penso di poter influire io sul dolore)

-tecniche di mindfulness

 

Su molta parte delle dimensioni di cui sopra (sia psicologiche che emozionali che fisiche ) si può intervenire con una tecnica psicofisiologica chiamata biofeedback che insegna al paziente a modulare il livello di stress e rilassamento, l’ansia, la percezione del controllo del paziente sulla tolleranza al dolore, governando per esempio il livello di attivazione psicofisiologica generale, spesso legata a una maggiore tensione e stress generale. Questo permette spesso di modificare anche la dimensione comportamentale del dolore che si associa spesso ad un aumento della richiesta di farmaci, a una maggiore tendenza a lamentarsi (legata ad aspetti depressivi), ma anche a un comportamento reattivo al dolore di tipo non verbale che favorisce immobilità, movimenti scorretti, limitazione delle possibilità di movimento e azione….

 

Riacquistare il controllo diventa fondamentale: una maggiore calma, la percezione di poter influire sulla durata o sulla frequenza degli episodi di dolore, aiuta a combattere molte delle componenti che tendono ad aprire i cancelli del dolore precocemente e automaticamente. Grazie alla rilevazione di segnali bioelettrici e biofisici (attività elettrica muscolare, pressione arteriosa, conduttanza cutanea, frequenza respiratoria addominale ecc.) è possibile aiutare il paziente ad indursi un maggiore rilassamento, una minore attivazione, una maggiore calma, un maggior controllo del dolore anche in situazione poi di vita quotidiana con un netto miglioramento della qualità della vita e dell’autonomia.

 

L’efficacia di questa metodologia, spesso associata ad altre tecniche di rilassamento e di psicoterapia, è ampiamente dimostrata nella letteratura scientifica. È impiegata per ridurre la tensione muscolare e migliorare la postura nel dolore cronico a livello della colonna vertebrale dovuto a tensione muscolare, al dolore temporo-mandibolare spesso associato a bruxismo nelle disfunzioni dell’articolazione della mascella, nella cefalea e nell’emicrania. La European Headache Federation (EHF) ha stimato che il mal di testa colpisce regolarmente una persona su due protraendosi per ore e per giorni determinando un rischio di depressione tre volte più frequente in chi ne soffre. Il tipo più comune di mal di testa è la cefalea tensiva ed è spesso presente oltre che nell’adulto, anche nel bambino e nell’adolescente con pesanti interferenze con le normali attività quotidiane. Interventi non farmacologici come il Biofeedback e il Neurofeedback, non avendo effetti collaterali come alcuni farmaci proposti per il trattamento del dolore, risultano estremamente efficaci. Le terapie psicofisiologiche associate spesso ad altre tecniche di rilassamento sono effettive terapie psicosomatiche (oggetto di studio della psicosomatica cerebrale) in grado di agire sia a livello della mente che del corpo regolando complessi meccanismi e disturbi stress-correlati e il dolore stesso in tempi brevi. Una valutazione psicodiagnostica preliminare è importante per determinare quali soluzioni risultano più adatte a una persona in funzione del suo disturbo e dei suoi aspetti di personalità. Nella nostra pratica clinica le terapie combinate sono spesso più efficaci che l’uso di una tecnica singola proprio perché il vissuto e la reazione di ogni persona di fronte alla sofferenza anche fisica è diverso e molto personale.

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