Albert Ellis, inventore della terapia razionale emotiva, nel 1955, affermava che “in buona parte, sono i nostri pensieri della realtà e non la realtà stessa a farci vivere male!”

Questo significa che ognuno di noi ha una sua narrazione interna che lo predispone a leggere alcune situazioni in modo positivo o negativo in base ad esperienze passate o all’ educazione ricevuta. Questo monologo interiore non sempre è positivo perché interpreta i fatti (la realtà è diversa per ognuno di noi), un pregiudizio, le nostre paure e anticipa lo scopo dell’altra persona.

Il monologo interiore, nato come strumento di difesa e di veloce interpretazione dei fatti che ci accadono, va osservato attentamente perché può allontanarci dai nostri obiettivi convincendoci di conseguenze negative, anticipando fallimenti possibili e rendendoli probabili, influenzando le relazioni e la fiducia nelle stesse in modo costante e determinante.

Molte volte ciò che noi pensiamo che accada diventa una profezia che si avvera. In fondo se ”io guardo in cagnesco una persona perché mi aspetto che mi attacchi” probabilmente non riceverò un sorriso come risposta!

La gestione dei conflitti richiede molta riflessione su se stessi e sulla propria storia personale.

Le persone più pacate, che riescono a modulare le proprie richieste tenendo conto del mondo emotivo, affettivo, esperienziale dell’altro, sono quelle che conoscono bene le proprie “vocine interne”, ne sanno fare un uso proficuo nel momento corretto e le sanno limitare quando debordano.

Come si può porre un limite a una “vocina interna” per limitare i nostri errori e facilitare una comunicazione assertiva?

  1. Il primo aspetto da considerare è di partire senza pregiudizio mettendosi nei panni dell’altro ovvero pensando a come lui si sente, cosa può pensare e perché potrebbe agire in un certo modo. Non occorre essere d’accordo con l’altra persona, basta comprenderla. Quando si esprime il rispetto e la comprensione per l’altra persona per il suo modo di vedere il mondo spesso si ottiene uguale rispetto e uguale interesse per il nostro modo di vedere il mondo. E questa è una prima base di partenza per comprendersi!
  2. Secondo la psicologa Shad Helmstetter il nostro monologo interiore riflette e crea i nostri stati emotivi. Ci possiamo ad esempio sentire calmi o agitati a seconda di ciò che diciamo a noi stessi. Il monologo interiore influenza la nostra autostima, la visione della realtà, il livello di energia e di prestazione, e le nostre relazioni con gli altri. Può influenzare anche la nostra salute, determinando, ad esempio, il modo in cui reagiamo ad eventi stressanti, e la nostra minore o maggiore disponibilità a sostituire comportamenti non salutari con comportamenti che invece lo sono.
  3. Il monologo interiore guida i nostri NO e i nostri SI, la nostra disponibilità nel colloquio con l’altro. Immaginiamo l’incontro con un genitore aggressivo, con un collega arrabbiato o deluso, con un alunno poco rispettoso: a seconda di quello che scatterà dentro di noi risponderemo.

Se io penso che il genitore sia aggressivo in quanto preoccupato non mi difenderò ma cercherò di rassicurarlo. Se penso che il collega sia arrabbiato in quanto deluso cercherò di aiutarlo a raggiungere i suoi obiettivi, se un alunno si è dimostrato poco rispettoso possiamo discuterne a parte, fuori dalla classe, e in un secondo momento chiedergli il perché del suo comportamento, qual è il suo scopo, ricordandogli che la presenza dell’insegnante è un mezzo importante perché lui raggiunga il suo successo, che siamo sicuri egli possa ottenere cambiando atteggiamento.

Ognuna di queste letture cambia la visione della realtà e le nostre reazioni emotive, le può trasformare da momenti di grande conflittualità a momenti di scoperta dell’altro, differenziare divergenze da conflitti, permettere una conoscenza reciproca più onesta e vera.

Paradossalmente, come ben espresso da Thomas Gordon,  l’assenza di conflitto può essere un segno di indifferenza, mentre un’espressione onesta delle differenze può arricchire e rendere più solida una relazione.

Spesso però, proprio nei momenti più cruciali, il nostro cervello va in tilt e diventa determinante una vocina interna automatica che ci spinge a reagire prima di pensare alle conseguenze per sé e per l’altro in termini sia emotivi che comportamentali.

Patterson, nel suo bestseller “Conversazioni cruciali” invita ognuno di noi a porsi due domande chiave di fronte ad una situazione difficile: “cosa voglio ottenere da questa conversazione?” E “cosa non voglio che accada?”. Questa posizione del pensiero diventa impegnativa per il nostro cervello perché deve conciliare posizioni opposte delimitando il conflitto e l’aggressività e definendo in primo piano l’obiettivo che si vuole raggiungere e che difficilmente potrà essere raggiunto solo tramite lo scontro.

Il modello che propone definisce un acronimo: “SICU” che ci aiuta a ricordare che la base di una comunicazione appoggia sul fatto che entrambe le parti si sentano al sicuro come condizione per raggiungere un obiettivo comune:

Sforzatevi di trovare un obiettivo comune.

Individuate lo scopo alla base di ogni strategia (il nostro e quello altrui): ciò che chiediamo è la strategia per arrivare a ciò che vogliamo…scopi e desideri sono diversi.

Costruite un obiettivo comune (se non c’è non può essere scoperto)

Unite le forze in un brainstorming di nuove strategie.

Tutti questi approcci governano il pensiero e le emozioni verso il raggiungimento di obiettivi positivi per entrambe le parti e dunque rispettosi di entrambe le identità in gioco. Questo è un obiettivo strategico, ambizioso, proficuo. Perché non tentare?

 

Possiamo modificare il nostro monologo interiore negativo con la consapevolezza e la pratica? Ebbene sì!

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