“Mio figlio è lento a leggere e non fa progressi a scuola, anche se continua a studiare e ad impegnarsi non migliora. Sta diventando sempre più nervoso e irritabile, ha scoppi di aggressività e inizia a non parlare molto, non mi racconta più quello che succede, porta spesso voti bassi e inizia a rifiutarsi di uscire o svolgere attività con gli amici…”

La dislessia, come tutti i disturbi specifici dell’apprendimento scolastico, rappresenta un fenomeno abbastanza frequente ed un problema al quale genitori, insegnanti e specialisti dell’infanzia devono rivolgere una parte rilevante del loro impegno, perché essere dislessico può influenzare in modo significativo la direzione dell’itinerario di sviluppo e portare all’insorgenza di situazioni di disagio, disadattamento o di vere e proprie patologie. L’esperienza clinica e la ricerca scientifica conducono all’evidenza che dislessia e sofferenze emotive sono spesso associati, diventando rischio di disagio psicologico (Mugnaini et al. 2008).

La dislessia è una condizione di rischio notevole per l’insorgere di difficoltà emotivo-relazionali nel bambino.

In alcuni casi, possono essere proprio i disturbi emotivo-relazionali a rappresentare una condizione di rischio per lo sviluppo di difficoltà come la dislessia. Esistono numerose evidenze a testimonianza del fatto che forme diverse di disturbo emotivo-relazionale possano comparire in associazione alla dislessia. Questa correlazione può essere meglio compresa se si considerano, ed è doveroso farlo, altre variabili implicate: l’autostima, la tendenza ad attribuire le cause dei propri fallimenti, solo ed esclusivamente, a sé stessi, la motivazione scolastica (l’importanza di avere successo per motivarsi nell’impegno), il modo in cui insegnanti, genitori e coetanei reagiscono alle difficoltà riportate dal bambino/ragazzo (Moè, De Beni, Cornoldi, 2007).

Pensiamo ad uno studente, magari un bambino delle scuole elementari, che si approccia ai suoi primi impegni di vita, che per mesi e anni, continua ad accumulare difficoltà scolastiche, si sente sempre dire che deve impegnarsi di più, che è lento e che non comprende, prende brutti voti e forse, anche, qualche nota; Dove e come può recuperare l’entusiasmo, l’impegno e la speranza di potere farcela? Come può credere di potere prendere dei bei voti? O di sentirsi dire che è bravo? Se, per tanto tempo, gli ambienti più importanti, scuola e famiglia, gli hanno restituito messaggi negativi? È molto probabile che tutto questo possa portare il bambino a convincersi che non è capace. Un bambino non ha molti settori della vita dove mettersi alla prova, in genere, la scuola rappresenta l’unico specchio delle sue capacità ed è, quasi automatico, che autostima e motivazione scolastica ne possano risentire.

Spesso si verifica in modo automatico e naturale che un bambino affetto da dislessia percepisca il rapporto con l’insegnante in modo negativo, soggetto al giudizio, alla non accettazione e al rifiuto, questo può portare il bambino ad evitare, non esporsi, demotivarsi nello studio e a volte, anche, alla dispersione scolastica.

Avere difficoltà nella lettura significa essere lento a leggere, fare fatica a comprendere, avere scarsi risultati scolastici, il tutto si risolve con un abbassamento del valore di autostima e di autoefficacia, il bambino percepisce sé stesso come meno capace, diverso dagli altri.

Studi di ricerca hanno definito delle linee guida della valutazione e diagnosi nella dislessia, che inducono alla necessità di valutare le ripercussioni di queste difficoltà sugli aspetti emotivi e relazionali del bambino. In più campioni, utilizzati per la ricerca, è stata verificata la presenza di depressione. Le prime ricerche sulla presenza di sintomi depressivi in studenti con disturbi di apprendimento risalgono già a molti anni fa, nel 1977 Brumback, Dietz-Schmidt e Weinberg individuarono un ampio campione di studenti con dislessia in associazione alla depressione. A questo studio ne sono seguiti molti altri che hanno confermato questa correlazione. In Italia la ricerca scientifica (Laghi e colleghi, 2010 e Gagliano, 2008) ha individuato anche la presenza di disturbi d’ansia, che possono esprimersi in modo internalizzante (somatizzazioni, disagio psico-affettivo) e esternalizzante con comportamenti di isolamento o oppositività sociale, in quanto gli studenti affetti da dislessia tenderebbero a rinforzare la tendenza al perfezionismo e all’evitamento del danno, dimostrando un’eccessiva preoccupazione di sbagliare e degli effetti dei propri errori. I numerosi fallimenti a cui i bambini con problemi  di lettura e conseguenti problemi emotivo-relazionali andrebbero incontro nella loro interazione con l’ambiente, determinerebbero lo sviluppo di un senso di impotenza appresa, ovviamente, non corrispondente alla realtà. Questo significa che  questi bambini avrebbero una scarsa propensione a verificare ed eventualmente migliorare il controllo sugli esiti delle proprie azioni e apprendimenti, sviluppando atteggiamenti di inibizione e passività. (Borkowsky, Carr, Rellingeer e Pressley, 1990), (Moè, De Beni, Cornoldi, 2007). Con il passare del tempo, se queste condizioni non vengono trattate, il bambino potrebbe generalizzare il suo senso di impotenza in ambienti esterni alla scuola e interiorizzarla, creando una negativa visione di sé, invasiva e globalizzante.

In ultimo, ma non meno importante, queste difficoltà, non affrontate nel modo migliore e in tempo, possono condurre ad atteggiamenti di aggressività da parte del bambino (che cerca delle strategie per difendersi) e conseguenti problemi relazionali. Non sempre i problemi emotivo-relazionali sono direttamente interconnessi a difficoltà della lettura ma possono essere co-presenti e quindi rendere il quadro più difficile e “grave”.

La presenza delle correlazioni tra dislessia e disturbi emotivo-relazionali, seppur non è rappresentata da un’associazione lineare, necessita di essere verificata a causa delle gravi compromissioni che può causare nella vita quotidiana, in particolare quella scolastica. L’approccio migliore è quello di verificare obiettivamente la presenza di questa correlazione e di costruire un percorso soggettivo che possa agire sia da un punto di vista cognitivo, migliorando le abilità specifiche di lettura del soggetto, che da un punto di vista emotivo, migliorando autostima e senso di autoefficacia. Decidere di aiutare un bambino/ragazzo affetto da dislessia è doveroso e possibile!

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