Il concetto di Intelligenza emotiva, nato intorno al 1990, descrive “la capacità che hanno gli individui di monitorare le sensazioni proprie e quelle degli altri, discriminando tra vari tipi di emozione ed usando questa informazione per incanalare pensieri ed azioni” (Salovey e Mayer, 1990)

Nel 1995 Daniel Goleman ha ripreso questo concetto includendone abilità di autocontrollo, l’entusiasmo e la perseveranza, nonché la capacità di auto-monitorarsi. Queste abilità, se insegnate, possono permettere di migliorare le prestazioni in più ambiti.

I primi insegnamenti sulle abilità emotive avvengono senza dubbi nella famiglia. E’ rilevante però anche l’ambiente scolastico, contesto nel quale i bambini iniziano ad approcciarsi alle prime richieste importanti della vita.

La ricerca scientifica ha dimostrato che le persone, in questo caso specifico i bambini, che acquisiscono le capacità di gestire le proprie emozioni, sono maggiormente in grado di autoregolarsi, di organizzarsi e di pianificare con l’ottenimento di maggiori successi, in particolare, scolastici.

Le difficoltà emotive rappresentano un fattore di rischio e pericolo per la società, essendo alla base di molti disturbi comportamentali come l’esclusione o la marginalizzazione.

Per questo la carenza nei programmi scolastici di spazi da destinare alla formazione emozionale è un indicatore negativo che può spiegare l’impotenza delle istituzioni scolastiche di fronte all’aumento delle difficoltà e del disagio, oltre all’insorgenza di alcuni disturbi fra gli adolescenti e i bambini (Mariani, 2001).

Ciò sottintende che la scuola può rappresentare uno strumento importante per prevenire disagi sociali, permettendo ai bambini/adolescenti di acquisire più abilità possibili, che si riveleranno interconnesse tra di loro.

Un clima emotivo sereno e tranquillo permette maggiore motivazione, apprendimento più stabile nel tempo, aiuta a sviluppare capacità di problem solving ma, soprattutto, una maggiore consapevolezza delle proprie abilità.

Il disagio giovanile, rilevabile in ambito scolastico, è inquadrato in “un insieme di comportamenti disfunzionali (scarsa partecipazione, disattenzione, comportamenti prevalenti di rifiuto e di disturbo, cattivo rapporto con i compagni, ma anche assoluta carenza di spirito critico), che non permettono al soggetto di vivere adeguatamente le attività di classe e di apprendere con successo, utilizzando il massimo delle proprie capacità cognitive, affettive e relazionali“ (Mancini e Gabrielli, 1998).

La sofferenza psicologica, come evidenziato dalle ricerche in questo settore, può comportare stress ricollegabile alle prestazioni scolastiche, comportamenti di angoscia e insicurezza, problemi di comunicazione, sintomi di tensione e assunzione di sostanze psico-attive (Baraldi e Turchi, 1990).

Queste difficoltà sono la causa di fenomeni come il bullismo, l’isolamento o l’abbandono scolastico.

Come è possibile agire?

Il lavoro consigliato è quello di potere agire sulle reali sofferenze dell’alunno, bambino o adolescente, agendo su 5 differenti aree:

  1. Consapevolezza di sé: prendere consapevolezza dei propri sentimenti, dei reali interessi, delle proprie abilità e dei propri limiti; “ Chi sono?”; “Cosa mi piace?”; “Cosa non mi piace?”; “Cosa posso fare?;” “Quali sono i miei limiti?”.
  2. Autocontrollo: gestire le proprie emozioni (in modo da non interferire negativamente nella lettura della realtà, creando “confusione irrazionale”)
  3. Motivazione
  4. Empatia
  5. Abilità sociali: instaurare rapporti di fiducia e costruttivi con gli altri, siano essi coetanei o adulti.

Concentrare parte del percorso formativo sulla crescita emozionale, può rappresentare un valido strumento di prevenzione per il disagio e lo sviluppo di concrete difficoltà.

 

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