LA FOTOGRAFIA DI UN DRAMMA DELL’ UNITÀ ANIMA E CORPO

La situazione è ormai drammatica, la demenza è considerata una delle patologie più rilevanti degli ultimi anni ed è destinata ad esserlo sempre di più, tanto da movimentare le più rilevanti organizzazioni sanitarie mondiali e nazionali.

Il movimento di massa che ha generato non è certo un caso. Più che giustificato dai numeri che caratterizza questa patologia, la demenza è una vera piaga della società contemporanea.

Gli ultimi dati parlano chiaro: 46,8 milioni di persone nel mondo affette da una forma di demenza  (in Italia sono oltre 1 milione e 200 mila) con 9,9 milioni di nuovi casi all’anno, cioè un nuovo caso ogni 3,2 secondi. (W. A. Report, 2015).

Questa è una fotografia che, seppur drammatica, assume una forma ancor peggiore se considerata alla luce delle previsioni per il futuro. Il World Alzheimer Report del 2015 pubblicato da Alzheimer’s Disease International (Az) riferisce che il numero di casi di demenza nel mondo è destinato a quasi a raddoppiare ogni 20 anni, raggiungendo 74,7 milioni di persone nel 2030 e 131,5 milioni nel 2050.

Una tendenza incrementale, primariamente giustificata dall’allungamento della prospettiva di vita, soprattutto in alcuni paesi piuttosto che in altri.

 

E l’Italia dove si posizione in questo quadro?

Il 21,2 % della popolazione Italiana ha più di 65 anni (Istituto Superiore di Sanità, 2015)  e questo significa che circa 1/5 degli Italiani sono nell’età che è considerata il principale fattore di rischio per lo sviluppo di demenza (Jennings et al., 2015) dando vita ad una prospettiva a lungo termine in cui in le patologie dementigene saranno sempre più una quotidianità per tutti.

Ciò porta inevitabilmente a una responsabilizzazione generale, di diffusione di informazioni, di consigli e più in generale di cultura relativa a cosa sia la demenza e cosa comporta per tutti: non solo per chi, per dovere o per scelta, si trova ad averne a che fare, ma per tutti quelli che, anche indirettamente, si trovano ad interagirci.

Questo è necessario per sfavorire processi pregiudizievoli e di stigma, che alimentano l’intolleranza per quello che da patologia sta mutando sempre più in normalità.

 

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