Chiediti: se fossero i tuoi sforzi per ottenere la felicità in realtà ad allontanarti da essa?

Abbiamo molte convinzioni sulla felicità, e le diamo per scontate, dopo che le abbiamo lette da qualche parte, provenienti magari da qualche fonte autorevole.

In realtà attualmente godiamo di uno standard di vita impensabile fino a qualche anno fa, mediamente migliore di quello di una famiglia reale dell’800 eppure, se ti guardi intorno, puoi dire di vedere delle persone felici?

Se vai in una libreria troverai un sacco di libri su come ottenere felicità e successo, se accendi TV o radio sentirai i consigli degli “esperti” (cioè quelli che hanno capito già tutto o quasi) su come migliorare la “tua” vita.

Eppure l’Organizzazione Mondiale della Sanità ci dice che ogni anno il 30% della popolazione adulta soffre di un disturbo psicologico, che la depressione è attualmente la quarta malattia al mondo in termini di frequenza, costi ed effetti debilitanti ed entro il 2020 diventerà la seconda; inoltre, un adulto su quattro (in qualche fase della sua vita) è dipendente dall’alcool o da altre sostanze ed è per questo che oggi ci sono più di venti milioni di alcolisti solo negli Stati Uniti.

Un dato ancor più allarmante è che una persona su due, nel corso della propria vita, attraversa un momento in cui prende in seria considerazione il suicidio ma, ancor peggio, una persona su dieci tenta di togliersi realmente la vita!

E’ così difficile quindi essere felici?

Occorre fare una premessa: la nostra mente non si è evoluta negli ultimi 100.000 anni per scrivere canzoni o poesie, ma per farci sopravvivere in un mondo di pericoli, aiutandoci a distinguere ciò che è buono o cattivo, dannoso o utile.

E se una volta i pericoli erano costituiti da animali feroci, ora i “nemici” hanno il volto della disoccupazione, di una malattia o di un incidente, più una serie di preoccupazioni che, il più delle volte, nella realtà non succedono mai!

Altro aspetto importante per l’uomo primitivo era l’appartenenza al gruppo: l’esserne rifiutato significava diventare presto il pasto delle belve, quindi era necessario confrontarsi con gli altri per sentirsi all’altezza e contribuire in modo da non essere allontanato.

Per scongiurare questa ipotesi, era importante migliorare la capacità di usare le armi per assicurarsi più cibo e un posto dove ripararsi dalle intemperie e dalle fiere.

La nostra mente di “uomini moderni” continua sulla falsariga del “di-Più e di-Meglio”: denaro, lavoro, prestigio, un corpo migliore, più amore ecc.

Ma quando abbiamo ottenuto quello che cerchiamo, subito il nostro sguardo si posa su ciò che ci manca e che probabilmente non otterremo mai, dato che ci sarà sempre qualcuno che è meglio di noi o ha di più di quanto possediamo!

Allora dobbiamo metterci d’accordo su cosa intendiamo per “felicità”!

Il primo significato è quello di “sentirsi bene”, cioè di provare piacere (ed è naturale che tutti lo cerchiamo) ma conduce inevitabilmente all’assuefazione, come succede per le droghe in genere.

L’altro significato è quello di “vivere una vita ricca, piena e significativa”, allineata sui nostri valori, e dà un senso elevato di vitalità e soddisfazione.

Ma questa direzione non ci esime dalla  paura, dalla rabbia e dalla tristezza, proprio perché vivere pienamente significa anche imbatterci in sentimenti che inevitabilmente ci faranno soffrire.

La brutta notizia è che la vita comprende anche il dolore e non c’è modo di evitarlo, che tutti prima o poi avremo esperienze di lutto e fallimento;  la bella notizia è che possiamo imparare ad affrontare tutto ciò, ad accettarlo e costruirci comunque un’esistenza degna di essere vissuta.

La Mindfulness ci aiuta ad accettare l’esistenza senza cadere nella trappola del giudizio e del confronto, spostando l’attenzione da una lotta senza via d’uscita a un “vivere il momento presente”, l’unico autenticamente “reale”, degno di essere vissuto, lontano dalla depressione che il passato reclama attraverso i rimpianti e i rimorsi e distaccato dall’angoscia che il futuro ci riserva con il frutto amaro della preoccupazione continua.