Molti genitori chiedono allo psicologo: in che misura è giusto punire?

E’ un maltrattamento, un ricatto?

Alcuni aggiungono: “Sa… io da piccolo sono stato punito molto dai miei genitori, così ho scelto per i miei figli di non punirli, per non farmi odiare da loro!”

Innanzitutto diamo una definizione “operativa” del termine PUNIZIONE…

La punizione è un evento, vissuto come spiacevole per il bambino, che viene fatto seguire al comportamento-problema e che diminuisce la probabilità che quel comportamento si ripeta.

E’ l’esatto contrario del premio o “rinforzo positivo”, per usare un termine tecnico.

Diamo per scontato che la punizione fisica, oltre a essere illegale, è inefficace perché non permette l’interiorizzazione del significato della punizione stessa, ma solo la paura nei confronti di chi la agisce.

Le punizioni possono essere di TIPO A: Il bambino, per riparare al comportamento negativo, fa qualcosa per lui sgradevole, come ad esempio aiutare la mamma nelle pulizie domestiche, o il papà nel riordino del garage.

La punizione di TIPO B consiste nella sottrazione di qualcosa di gradevole per il bambino e si suddivide in b1: “Costo della Risposta”, che consiste nella perdita di un privilegio o di un’attività piacevole (Playstation, cartoni animati ecc.) e b2: “Timeout”, tecnica comportamentale consistente nell’obbligare il bambino a stare seduto su una sedia per qualche minuto in silenzio.

Sicuramente il genitore che punisce non è felice: prova mortificazione e sensi di colpa, riconoscendo, in modo più o meno inconsapevole, che il suo intervento educativo è fallito. Subentra l’autocritica: “non sono stato un bravo genitore…”, che sicuramente non contribuisce all’innalzamento dell’autostima, per lo meno nell’ambito delle abilità educative, e si ripromette di evitare il più possibile in futuro il ricorso alla punizione, favorendo il dialogo…

Che cosa non deve essere una punizione?

  • Uno sfogo
  • Una vendetta
  • Un atto di sottomissione
  • Una manipolazione
  • Un’umiliazione

Allora vediamo rapidamente come dovrebbe essere una punizione efficace:

  • Avere un tempo limitato: non ha senso togliere la Playstation “fino a quando non ti impegnerai di più a scuola…” E’ più efficace se si pone una condizione precisa: “la riavrai fra una settimana, dopo che avrai fatto velocemente e correttamente i compiti per casa!”
  • Proporzionata all’età e alla gravità del comportamento
  • Tempestiva, in modo che vi sia un’associazione tra quanto fatto e la conseguenza
  • Coerente (niente sconti)
  • Seguita da rassicurazione affettiva, in modo che la relazione venga comunque preservata

“ (E’ importante che la punizione)… Sia comprensibile e coerente; si accompagni ad una risposta in termini di amore, di attenzione, di valorizzazione, di responsabilizzazione, di invito al cambiamento e di offerta di aiuto” (Pazè, citato da F. Santamaria, 2009)

Sarebbe utile uscire dalla negatività che questo termine evoca anche a livello inconscio, sostituendolo con il termine “CONSEGUENZA” che porta al superamento dell’idea di “punizione”, in favore di uno stimolo alla coscienza di essere all’origine dei propri comportamenti: OGNI AZIONE PORTA CON SÉ UNA CONSEGUENZA

Come si può prevenire quindi questa conseguenza negativa?

  • Usiamo l’ascolto empatico per comprendere la motivazione profonda che sta alla base del comportamento-problema;
  • Giudichiamo il comportamento e MAI LA PERSONA;
  • Privilegiamo la “soluzione” proposta dal bambino.